
Lo tira a sé, lo stringe;
con un fare sfrontato gli dice:
«Avevo da far dei sacrifici;
proprio oggi ho adempito i miei voti;
per questo ti sono uscita incontro,
per cercarti e ti ho trovato». (Proverbi 7:13-15)

Io, Sapienza, ho con me la prudenza,
e possiedo scienza e riflessione…
Io amo coloro che mi amano;
e chi mi cerca mi troverà. (Proverbi 8:12,17)
Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio:
insaziabile come morte è amore …
le sue vampe sono vampe di fuoco,
le sue fiamme, fiamme del Signore!
(Cantico dei Cantici 8:6)
…..
ecco l’intera composizione della sesta carta tradotta dal linguaggio visivo dei Tarocchi in quello poetico di Salomone. Perché là una donna dai capelli neri e dal vestito rosso, con aria sfrontata, prende per la spalla il giovanetto, mentre un’altra, dai capelli biondi e con un mantello azzurro, fa appello al suo cuore con un casto gesto della mano sinistra. Allo stesso tempo, in alto, un arciere fanciullo alato, che si staglia su un globo bianco emergente da fiamme rosse, gialle e azzurre, è pronto a scoccare una freccia diretta all’altra spalla del giovane. Non sentiamo forse, contemplando la sesta carta dei Tarocchi, una voce che dice: “Ti ho trovato” e un’altra che dice: “Chi mi cerca mi trova”? Non riconosciamo la voce della sensualità e la voce del cuore, e similmente la freccia di fuoco dall’alto, di cui parla il re Salomone?
Il tema centrale del sesto Arcano è dunque quello della pratica del voto di castità, come il quinto Arcano aveva per tema di base la povertà e il quarto l’obbedienza. Allo stesso tempo il sesto Arcano è la sintesi dei due arcani precedenti, essendo la castità il frutto dell’obbedienza e della povertà. Esso riassume i tre voti o metodi di disciplina spirituale che contrastano con le tre prove o tentazioni opposte a questi voti. La scelta davanti alla quale il giovane del sesto Arcano si trova è di portata maggiore di quella tra il vizio e la virtù. Si tratta qui della scelta tra la via dell’obbedienza, della povertà e della castità, da un lato, e la via del potere, della ricchezza e della lussuria, dall’altro. L’insegnamento pratico dell’Arcano l ‘Innamorato’ verte sui tre voti e sulle tre tentazioni corrispondenti. Si trova in esso la dottrina pratica dell’esagramma o senario. I tre voti sono, nella loro essenza, ricordi del Paradiso dove l’uomo era unito a Dio (obbedienza), dove possedeva tutto (povertà) e dove la sua compagna era allo stesso tempo moglie, amica, sorella e madre (castità). Perché la reale presenza di Dio implica necessariamente l’atto di prosternarsi davanti a Colui ‘che è più me di me stesso’ – e lì si trova la radice e la sorgente del voto di obbedienza. La visione delle forze, sostanze ed essenze del mondo come se fossero quelle attive nel giardino dei simboli divini, o Eden, significa il possesso di tutto senza che si scelga, si prenda e ci si appropri di qualcosa in particolare isolato dal tutto – e lì si trova la radice e la sorgente del voto di povertà. Infine la comunione totale tra l’Unico e l’Unica, che include l’intera scala di tutti i possibili rapporti di spirito, anima e corpo tra due esseri polarizzati, comporta necessariamente l’integralità assoluta dell’essere spirituale, animico e corporeo nell’amore – e lì si trova la radice e la sorgente del voto di castità.

Si è casti solo quando si ama con la totalità del proprio essere. La castità non è l’integralità dell’essere nell’indifferenza, bensì nell’amore che è ‘forte come la morte e le cui frecce sono frecce di fuoco, la fiamma dell’Eterno’.
E’ l’unità vissuta. Sono tre – spirito, anima e corpo – che sono uno, e altri tre – spirito, anima e corpo – che sono uno; e tre e tre fa sei, e sei è due, e due è uno.
Ecco la formula della castità nell’amore. E la formula di Adamo-Eva.
Questa formula è il principio della castità, il ricordo vivente del Paradiso.
E il celibato del monaco, della suora? Come si applica ad essi la formula della castità ‘Adamo-Eva’?
L’amore è forte come la morte, cioè la morte non lo distrugge. Essa non può far dimenticare né far cessare di sperare. Coloro fra di noi, noi anime umane, che portano dentro di sé la fiamma del ricordo dell’Eden non possono né dimenticarlo né cessare di sperarvi. E se queste anime vengono al mondo con l’impronta di questo ricordo ed inoltre con l’impronta della consapevolezza che l’incontro con l’Altro per esse non avverrà in questa vita qui in basso, allora vivranno questa vita da vedove, in quanto ricordano, e da fidanzate, in quanto sperano. Ora, tutti i veri monaci sono vedovi e fidanzati e tutte le vere suore sono vedove e fidanzate nel profondo dei loro cuori.
Il vero celibato testimonia dell’eternità dell’amore, così come il miracolo del vero matrimonio testimonia della sua realtà.
Sì, caro Amico Sconosciuto, la vita è profonda e la profondità è come un abisso senza fondo. Nietzsche l’aveva intuito e lo aveva espresso in questo modo:
O uomo! Ascolta!
Che dice mezzanotte fonda?
Io dormivo, dormivo,
Dal sogno fondo mi sono svegliato:
Profondo è il mondo,
E più profondo che il giorno pensasse.
Profondo è il mio dolore.
Ma più profonda è la felicità:
Dice il dolore: Passa!
Ma ogni gioia vuole eternità!
Vuol profonda, profonda eternità!
Così, è la stessa freccia, la “freccia di fuoco, fiamma dell’Eterno”, causa del vero matrimonio come del vero celibato. Il cuore del monaco ne è trafitto, per questo è monaco, come lo è il fidanzato la vigilia delle nozze. Chi può dire dove c’è maggiore verità o bellezza?
E la carità, l’amore per il prossimo? Qual è il suo rapporto con l’amore il cui prototipo è dato dalla formula ‘Adamo-Eva’?
Siamo circondati da innumerevoli esseri viventi e coscienti – visibili ed invisibili. Ma benché sappiamo che essi esistano realmente e che siano viventi tanto quanto noi stessi, ci sembra tuttavia che siano meno reali e meno viventi di noi stessi. Per noi siamo noi ad essere viventi, tanto è intensa questa nostra realtà, mentre tutti gli altri sembra che siano, paragonati a noi stessi, meno reali e che la loro esistenza sia più della natura di un’ombra che di piena realtà. Il nostro pensiero ci dice che questa è un’illusione, che gli esseri al di fuori di noi sono altrettanto reali di noi e che vivono così intensamente quanto noi, ma per quanto ce lo ripeta ciò nonostante ci sentiamo al centro della realtà e percepiamo gli altri lontani da questo centro. Che questa illusione venga chiamata egocentrismo, egoismo, ahamkara (illusione di sé) o ‘effetto della caduta primordiale’, non importa, questa non smette di farci sentire più reali degli altri.
Ora, amare vuol dire sentire qualcosa come reale in quanto piena realtà.
E l’amore che ci sveglia alla nostra stessa realtà, alla realtà degli altri, alla realtà del mondo e alla realtà di Dio. Ci amiamo dunque sentendoci reali.
E non amiamo – o non amiamo quanto amiamo noi stessi – gli altri che ci sembrano essere meno reali.
Esistono due vie, due metodi ben diversi che possono liberarci dall’illusione ‘io, vivente – tu, ombra’, e possiamo fare una scelta. Una via è quella di spegnere l’amore per sé stessi e diventare ‘un’ombra fra le ombre’. E l’uguaglianza nell’indifferenza. L’India ci offre questo

metodo di liberazione dall‘ahamkara, dall’illusione di sé. Questa illusione è distrutta estendendo l’indifferenza che abbiamo verso gli altri esseri a noi stessi. Ci si riduce allo stato di un’ombra uguale alle altre ombre che la circondano. Maya, la grande illusione, è credere che gli esseri individuali, me e te, sarebbero qualcosa di più che delle ombre, delle apparenze senza realtà. La formula per realizzare ciò è dunque: ‘io, ombra – tu, ombra’.
L’altra via o metodo è quella di estendere l’amore verso noi stessi agli altri esseri, per giungere alla realizzazione della formula: ‘io, vivente – tu, vivente’.
In questo caso si tratta di rendere gli altri esseri così reali come lo siamo noi, cioè amarli come noi stessi. Per far questo bisogna prima amare il prossimo come se stessi. Perché l’amore non è un programma astratto bensì sostanza e intensità. Bisogna dunque che irrompa in quanto tale nei confronti di un essere individuale affinché possa cominciare a irradiare in tutte le direzioni.
“Per fare Toro occorre avere Toro”, dicono gli alchimisti. L’equivalente spirituale di questa massima è che per amare tutti bisogna aver amato qualcuno. Questo qualcuno è il prossimo.
Chi è il prossimo, in senso ermetico, cioè in senso mistico, gnostico, magico e metafisico assieme? E l’essere più vicino fin dai primordi; è l’anima-sorella per tutta l’eternità; è l’anima-gemella insieme alla quale la mia anima ha contemplato l’aurora dell’umanità.
L’aurora dell’umanità: è ciò che la Bibbia descrive come Paradiso. Fu in quello stadio di esistenza che Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi 2:18).
Essere è amare. Essere soli è amare sé stessi. Ora, “non è bene che l’uomo sia solo” vuol dire: non è bene che l’uomo ami solo sé stesso. Per questo YHVH-Elohim disse: “gli farò un aiutante simile (corrispondente) a lui”.
E appena Eva fu una parte di Adamo stesso, egli la amò come sé stesso.
Eva fu dunque il ‘prossimo’, l’essere più vicino ad Adamo (“osso delle mie ossa e carne della mia carne” – Genesi 2:23).
Ecco l’origine dell’amore e questa origine è comune sia all’amore che unisce uomo e donna sia all’amore verso il prossimo. All’inizio non era che un unico amore e la sua sorgente era una, così come il suo principio era uno.
Tutte le forme d’amore (carità, amicizia, amore paterno, amore materno, amore filiale, amore fraterno) derivano dalla stessa unica radice primordiale, la coppia Adamo-Eva. Perché fu allora che irruppe l’amore – la realtà dell’altro – e poté ulteriormente ramificarsi e diversificarsi. E il calore dell’amore della prima coppia (e non importa se c’era un’unica coppia o se ce n’erano migliaia – importante qui è il fatto del primo qualitativo zampillio dell’amore e non della quantità di casi simultanei o successivi di questo zampillio) che si riflette nell’amore dei genitori per i loro figli, riflesso, a sua volta, nell’amore dei figli per i loro genitori, riflesso ancora nell’amore dei fanciulli tra di loro, riflesso infine nell’amore per tutta la parentela degli esseri umani e al di là della parentela immediata, per analogia, per tutto ciò che vive e respira… L’amore una volta nato come sostanza e intensità tende a diffondersi, ramificandosi e diversificandosi secondo le forme delle relazioni umane nelle quali si inserisce. E una corrente a cascate che tende a riempire e inondare tutto. Perciò quando esiste vero amore fra i genitori, i bambini ameranno, per analogia, i genitori e si ameranno fra loro; essi ameranno, per analogia – come i loro fratelli e sorelle ‘per adozione psicologica’ – i loro amici nella scuola e nel vicinato; ameranno, sempre per analogia, i loro insegnanti, precettori, sacerdoti come riflesso dell’amore che provano per i genitori; e in seguito ameranno i loro sposi e le loro spose come si sono amati i genitori …..
Anonimo