il mistero

La sapienza antica parlava di una immortalità umana, ma tale immortalità riguardava solo l’anima, è solo dopo la venuta del Cristo che si è prospettato il concetto nuovo, e non si è più pensato alla immortalità solo della psiche, ma alla immortalità integrale dell’uomo, considerata sotto l’aspetto misterico della Resurrezione del Cristo.
La materia, ostacolo principale dell’uomo, trova nella luce cristiana la sua elevazione a dignità di creatura, e come tale rifulge della sua luce e sapienza, ma la materia è pur sempre capace di ostacolare l’ascenso dell’uomo verso Dio, e le pratiche ascetiche non distruggono la materia, ma hanno una funzione di cooperazione attiva e benefica che, dall’aspetto negativo della materia ne trarranno un mezzo per ascendere verso il divino, operando esotericamente e ottenendo con il distacco la liberazione.
Operato il distacco, nascerà nell’essere un desiderio luminoso e grande di rigenerazione, desiderio che rifulge nel Corpo glorioso del Cristo e si tramuta nell’anima in un desiderio di essere liberata dal corpo come mortale e corruttibile, per ripossederlo immortale e incorruttibile: sorge così il senso della deificazione.
L’elevazione umana è in proporzione dell’unione con Dio, più l’unione si intensifica, maggiore sarà l’elevazione, l’ascesa.
La Gnosi è un Lume potenzialmente divino concesso all’anima, perché, libera della materia, possa possedere Dio: è analoga, a ciò che è il Lumen gloriae nella teologia cattolica.
La Gnosi è rivelazione, Luce divina che l’uomo deve saper conquistare attraverso una ascesi e non attraverso un dogma: la Rivelazione, la Verità, la Sapienza l’uomo deve acquisirla, rendere sua, possederla e viverla, ma non può l’intelletto aver Luce se non mediante la vera Luce, Cristo Gesù.
Se l’uomo inizia la sua Via verso la Conoscenza con questo desiderio già innato e profondo, realizzerà ben presto la sua felicità immortale: egli gravita verso Dio, verso il possesso amoroso di Dio, essere con Cristo.

Prima del Cristo, molti vi furono che insegnarono all’umanità la sapienza, la virtù, la giustizia, ma Egli insegnò l’Amore!
Fu vivente manifestazione dell’amore, per la prima volta l’umanità apprese che Dio è Amore.
Cristo versò nel cuore dell’uomo una luce nuova, Egli toccò nel profondo il cuore dell’uomo imprimendovi il tocco del suo amore divino: tutto il Vangelo poggia la sua base sulla potenza dell’Amore.
Il suo amore e la visione di Dio è il centro, la mèta dell’anima, nell’unione a Dio mediante la potenza di un amore assimilatore, l’essere assorbe e rende l’amore potenza trasmutatrice, si che l’anima inebriata di Dio, splenderà della Luce divina.
Mosè, il grande profeta, volto verso Oriente, nelle sue elevazioni a Dio, levava in alto le braccia a forma di croce, e David si poneva in atteggiamento di croce quando inneggiava a Dio.
Le braccia aperte verso l’Oriente esprimono il desiderio di ascesa, di distacco dal mondo: Cristo, Luce del mondo, si appella anche Oriente.
Salì sui cieli dei cieli verso l’Oriente.
Per viscera misericordiae Dei nostri, qua visitabit nos Oriens ex alto.
Una volta le formule sacre, segrete, liturgiche si recitavano con le braccia aperte volgendosi verso l’oriente.
La figura del Cristo sulla Croce — di cui Platone simboleggia il Logos che domina lo spazio sopra l’universo — la cui morte, sulla croce della materia, inonda la materia della sua Vita, con vergendola verso l’Alto, sì che la materia rivestita dal sacrificio Cristico, muoia, per risorgere nel Cristo, e dare all’uomo la libertà di rompere alfine, in tal modo, il ciclo karmico, perché l’opera redentrice del Cristo, novello Adamo, Adamo celeste, ristabilisce l’unione con Dio, quell’armonia spezzata un tempo da Adamo.
E’ chiamato Morte, l’Atto del sacrificio volontario, l’Agnello sacrificale, la Divinità che sacrifica se stessa, ma in realtà questa Morte è Vita: in questa morte il Verbo manifesta la più alta legge di amore e di vita in tutto l’universo, perché il suo Spirito vivifica la materia spiritualizzandola e donandole la gioia della grande liberazione.
Qui prò nobis aeterno Patri Adae debitum solvit: et veteris piaculi cautionem pio cruore detersit.
Con la morte dell’Unigenito è stata debellata la morte e si sono riaperte le porte dell’eternità, perché Egli è stata la vera Vittima, il vero Agnello che si è immolato innocente per la riconciliazione: l’autore della vita, dopo la morte, vive e regna.
Questo sacrificio è divenuto perpetuo nel Dio Verbo nascosto che in continuo si offre, e di cui ogni altro sacrificio, sia anche dell’uomo identificato nel Cristo, ne è il riflesso.
Nel Corpo glorificato del Cristo, nel Corpo della Resurrezione si poggia tutto l’edificio dell’iniziato: lo sviluppo interiore reso fecondo dallo Spirito, per la sua opera di trasmutazione, e rag giungere nella deificazione la resurrezione.
Liberato dal Sacrificio, rinnovato con la Redenzione, risorge nella Luce del Sole Cristico per ascendere verso l’alto attraverso l’Amore.
Il sogno Platonico che nel Fedro è prospettato come una vita luminosa ed immortale nella contemplazione della verità per essenza, si realizza nel Cristo: gli uomini resi simili a Lui per il misterioso innestamento della natura umana e divina, ascendono in una cavalcata mistica verso l’eterno, l’eccelso e immortale Dio, la Luce della sua beatitudine, e in Dio e nel suo Amore saranno reintegrati.
Se anche nella cavalcata vi sarà lotta, sarà una lotta rigeneratrice che abbrevierà il cammino e il tempo nel ciclo indefinito di rinascite. Lotta o realizzazione da svolgersi in questa terra, dove gli uomini sono chiamati a seguire Dio, divenire a Lui simili, ma sono resi tali di fatto, solo per l’innestamento al Cristo, alla sua divina natura.
I salvati — secondo Proclo — sono coloro che sfuggono al ciclo delle generazioni da cui è avvinta l’umanità.
L’iniziato, se nei suoi stati di estasi in cui l’anima trasformata percepisce l’occulto, acquista conoscenza e consegue anche grazie virtuali tramite i sacramenti, non progredisce nella sua elevazione se non intensifica l’amore e l’unione con Dio.
Egli mai deve dimenticare che ha ottenuto la liberazione e la redenzione in virtù dell’amore del Cristo e della sua Passione, e solo nel desiderio della reintegrazione in Lui, Causa Prima e la felicità cui aspira e per cui lotta; che solo per la venuta del Dio, Verbo umanato, la natura umana diviene veicolo misterioso di Dio; che solo il Cristo può dire: Et Ego dico vobis, e quell’Ego trascende metafisicamente ogni altro Ego anteriore; solo il Cristo può dire e affermare di Sé: Io sono la Via, la Verità, la Vita; solo il Cristo compie il Mistero sacrificale di consacrazione e trasmutazione; solo attraverso la Parola divina pronunciata dal Verbo si trasmuta il tutto in un Mistero visto e contemplato, sacro ed eterno, in cui il profondo divino valore del Rito è dato solo dall’Eccelsa Vittima che si immola (1).

(1) Nei primi secoli, alla consumazione del Banchetto Eucaristico, il Sacerdote rivolto ai presenti, faceva un invito, con le parole: Chi è santo venga, si avanzi, chi non è si penta e lo divenga.

L’anima viene così esaltata nella luce divina del Cristo, divenendo al tempo stesso tempio dello Spirito, e con Cristo e nel suo Amore il trionfo dello Spirito sulla materia acquista un enorme valore: perché Egli è il grande Alchimista che prende la nostra materia, la ricuoce e la trasmuta in preziosa quinta essenza; perché santificare significa trasmutare, significa trapiantare dal naturale al sopranaturale.
Ma l’unione anche la più intensa e profonda non è tutto, è necessaria la identificazione con il Cristo, identificazione che deve essere concepita come ascensione sempre più viva e folgorante (è lo Spirito che folgora) fino a che in Dio divenga eterna beatitudine.


Perché solo l’iniziazione misterica del Cristo possiede la singolare potenza nuova, divina potenza capace di infrangere e vin cere il destino.
Perché solo nella Offerta alla Onnipotenza Divina del sacrificio immortale, cui vittima innocente che si immola è Gesù Cristo è il Valore di neutralizzare il destino karmico dell’umanità.
La Croce è divenuta simbolo di gloria, di vita, di trionfo, di resurrezione alla Luce, solo attraverso il Mistero del Golgotha, mistero del Verbo Cristo Gesù HOC SIGNO VINCES!
L’esoterista cristiano meditando la Rivelazione deve saper cogliere lo spirito interiore della Parola, la vera Parola che il Cristo Verbo rivelò, il segreto racchiuso, il velato e occulto significato, e sentire la vita e l’amore infusa nella Parola stessa.
Percepire il tutto è compito dell’iniziato.
Nel meditare e approfondire i segreti misteri divini l’essere man mano viene trasformato internamente: assume la natura di quelle cose che contempla e i misteri li esperimenterà interiormente. I carismi, infatti, sono un effetto dello Spirito: un iniziato può giudicare se stesso e il proprio sviluppo dai propri carismi, e constatare se realmente lo investe la forza sopranaturale dello Spirito.
La Fede, come forza interiore, vede ciò che esteriormente non è visibile, la fede però necessita che lo Spirito le trasmetta la sua Luce di verità, cosa questa indispensabile oggi all’uomo moderno.
Dalla Kabbalah l’insegnamento segreto è confluito nel Cristianesimo, in questo ha trovato integrazione: infatti nel Vangelo mentre si trova la parte exoterica per le masse, vi è contenuta la profonda inesauribile parte esoterica che non si può analizzare, le parole sono divine, segrete ed eterne; della parte interiore, il contenuto è talmente profondo che irradia luce e splendore sapienziale, dove l’intelletto, più vi si immerge più la coscienza è illuminata.
In molti tratti risalta uno spirito di luce così intenso e segreto che tuttora l’intelletto umano, malgrado il suo applicamento nel ricercare il recondito significato, ha affiorato e compreso appena una parte o in parte.
Si riferisce senz’altro alla dottrina segreta dei misteri la frase: Non date ciò che è santo ai cani, e non gettate le vostre perle ai porci.
Per cani, intende, i profani, i non iniziati; e per porci, l’uomo decaduto che si compiace nel fango. Ma il segreto insegnamento ha dato alle parole santo e perle diverse spiegazioni, perché possono essere interpretate in più sensi, e determinate con diversi significati.
Anticamente il Rito della Messa era diviso in due parti: alla prima parte, chiamata Messa dei catecumeni, potevano assistere i catecumeni e i penitenti; all’inizio della seconda parte, comprendente il Sacrificio, chiamata Messa dei fedeli, il diacono ad alta voce diceva: Sancta Sanctis: foris canes!
Le cose sante sono per i santi, si ritirino i cani.

Allora i catecumeni e i penitenti dovevano allontanarsi, non era permesso a loro assistere alla celebrazione dei Misteri comprendente il Sacrificio Eucaristico; alla celebrazione di questo, solo gli iniziati potevano essere presenti. Si custodiva la dottrina e la celebrazione di questo Mistero con un inviolabile segreto, tant’è che ancora oggi, le sacre orazioni che precedono il sacrificio di consacrazione sono chiamate Le Segrete.
Potenti risuonano ancora le parole del Battista, quando riferendosi al Cristo, dice: Quegli che da Dio è stato mandato parla parole di Dio.
Poteva perciò comprendere solo chi era capace di percepire la Parola, o chi poteva vedere con lo Spirito: perché la parola del Cristo era rivolta, ed è rivolta all’Io eterno dell’uomo, al suo ego interiore, alla profonda anima umana.
E cosa dire della figura di Giovanni? il puro, il veggente… come interpretare la sua Apocalisse… bisognerebbe essere altrettanti Giovanni per poter scorgere un barlume dei suoi misteri.
Se non si penetra nelle primordiali sorgenti spirituali non si può apprezzare il giusto e vero valore contenuto e profuso da Giovani.
Chiunque voglia intenderlo, deve lui stesso essere pieno del Verbo divino, e deve possederlo nell’interno.
In questo senso, Origene, de Vangelo di Giovanni, dice: che lo intenderà soltanto colui che riposa sul petto di Gesù, cioè chi possiede una personale e intima fusione col Verbo divino Incarnato.
Nessuno può dunque intendere il vero senso della Scrittura, se non è introdotto da colui, del quale, dice l’Evangelista: Apri loro la mente a intendere la Scrittura.
Solo in Giovanni si nota la stupenda bellezza compendiata nel dialogo della Samaritana:

Donna, dammi da bere! Se tu sapessi chi ti chiede da bere, e se conoscessi la grazia di Dio, forse chiederesti da bere a me, ed io ti darei dell’acqua viva. Chi beve dell’acqua che io do, quegli non ha più sete, e da lui deve sgorgare una fonte di vita eterna. Tempo verrà, quando i veri adoratori non pregheranno soltanto sul monte e nel tempio, ma pregheranno nello spirito e nella verità. Perché Dio è Spirito, e chi vuole pregare, deve pregarlo nello spirito e nella verità: questi adoratori vuole il Padre.
Quale pienezza di luce! Tutto è racchiuso in queste parole! Abolisce il tempo, le caste, le leggi per parlare solo di grazia, di acqua misteriosa, di sorgente d’acqua viva, di vita eterna che deve sgorgare — nel seno di colui che crede in Lui —.
Quale segreta vita e quale anelito di vita celano queste parole, e quale irradiazione del mistero: Mistero, dinanzi al quale con devozione sacra ognuno sosta, per bere da questa sorgente viva l’amore, la sapienza e lo spirito che è capace di ritenere e fare affluire a sé:
Qui potest capere, capiat.
La samaritana non soltanto crede, ma comprende ciò che le viene detto, lo Spirito di Dio penetra in lei, nel segreto si, ma in maniera semplice: perché ogni cosa, anche la più elevata, viene rifluita dallo Spirito in misura di capacità e di linguaggio umano.
Ma è, l’Io Sono, che penetra, si risveglia nell’uomo vecchio, e alla parola pronunciata dal Verbo, avviene la rinascita dello spirito.
Senza entrare a considerare il capolavoro dell’Inizio del Vangelo di Giovanni: qui ogni espressione è inutile, qui ciascuno deve sostare, per trovare secondo la propria luce, natura e capacità, la Luce del Verbo, del Logos!

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